Smettila di etichettare i giovani come “la generazione ansiosa”: meritano di meglio

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La narrazione che circonda i giovani di oggi come “la generazione ansiosa” non è solo imprecisa, è attivamente dannosa. Un coro crescente di adolescenti e giovani adulti si oppone a questa etichetta sprezzante, affermando che non sono un problema da risolvere, ma individui che navigano in un mondo plasmato da pressioni sistemiche e fallimenti degli adulti. Invece di diagnosticare un’intera generazione, dobbiamo ascoltare le loro esperienze vissute e riconoscere i fattori di stress del mondo reale che alimentano le loro preoccupazioni.

L’ascesa delle etichette legate all’ansia: un modello storico

L’impulso a patologizzare i giovani non è nuovo. Ogni generazione è stata marchiata con uno stereotipo negativo dai suoi predecessori: i millennial avevano il “titolo”, la generazione X era “fannullone” e i Boomer erano “ribelli”. Questo ciclo di licenziamento rivela di più sulle ansie degli adulti che sul comportamento dei giovani. L’attuale attenzione all’ansia rientra in questa tendenza, riflettendo la paura del cambiamento e la tendenza ad incolpare i giovani per i problemi sociali.

I dati non raccontano tutta la storia

Sebbene le statistiche mostrino un aumento dell’ansia segnalata tra i giovani, i numeri da soli non riescono a catturare il quadro completo. L’ansia diagnosticata tra i bambini statunitensi di età compresa tra 3 e 17 anni è aumentata dal 7,1% nel 2016 al 9,2% nel 2020, con un aumento globale dei disturbi d’ansia adolescenziale del 52% tra il 1990 e il 2021. Tuttavia, queste cifre ignorano il contesto critico: i timori del cambiamento climatico, l’instabilità economica e le pressioni di un mondo ipercompetitivo.

“Gli adulti dicono che siamo ansiosi a causa dei telefoni. Io mi preoccupo perché ogni giorno sento parlare di cambiamento climatico e la mia famiglia fa fatica a pagare le bollette. Etichettandomi ansioso cancella il motivo per cui mi preoccupo.” – Ragazzo di 12 anni, zona rurale del Midwest.

Perché l’etichetta è controproducente

Etichettare i giovani come “ansiosi” rafforza gli stereotipi negativi e ne mina la capacità di agire. La ricerca mostra che l’etichettatura negativa ripetuta può aumentare i sintomi depressivi e ansiosi. Quando gli adulti patologizzano il normale stress adolescenziale, rischiano di confondere la crescita con la malattia e di inviare un messaggio pericoloso: hai torto nei sentimenti. L’atto stesso di etichettare può contribuire alla crisi di salute mentale che pretende di descrivere.

Le vere cause dell’ansia giovanile

Le vere ragioni dietro lo stress giovanile sono sistemiche, non generazionali. I giovani di oggi sono cresciuti in mezzo a recessioni economiche, pandemie, crisi climatiche e rapidi cambiamenti tecnologici. Si trovano ad affrontare un futuro incerto, un debito studentesco crescente e un mercato del lavoro che spesso non riesce a ricompensare il duro lavoro. Incolparli di sentirsi sopraffatti significa ignorare il mondo che hanno ereditato.

Spostare l’attenzione: ascoltare invece di diagnosticare

Invece di diagnosticare i giovani, dovremmo diagnosticare la cultura che continua a aver bisogno che essi costituiscano il problema. Un rapporto della Harvard Graduate School of Education del 2023 ha rilevato che il 62% dei giovani adulti ritiene che gli adulti sottovalutino la propria resilienza, correlandola direttamente con sentimenti di disperazione. La soluzione non sono più etichette, ma più ascolto.

La prossima generazione non è ansiosa; sono consapevoli. Non sono fragili; stanno sentendo. E non sono perduti; stanno indicando la strada verso un futuro più onesto e giusto. È tempo che gli adulti smettano di proiettare le loro paure sui giovani e inizino a sentire quello che stanno realmente dicendo.